L’Idealista Magico (1997)

Siamo nel 1865. Uno strano trio di persone legate tra loro da un vissuto non troppo chiaro si apprestano sulla scena a dar vita a una “serata elettrostatica”. Rinchiusi in una gabbia illuminati da sole luci di candela, il Pedagogo (detentore del racconto),la Donna Ideale (detentrice della magia) e lo Scienziato (detentore del materiale) procedono alla riproposizione di alcune delle esperienze più significative di quella che fu una primissima fase della ricerca sui fenomeni elettrici, utilizzando su scena delle macchine ricostruite meticolosamente dalla compagnia con criteri usati nell’ Ottocento. Tra citazioni filosofiche, stupori meccanici e aneddoti d’epoca il Pedagogo narrerà la storia dell’elettrostatica mentre lo Scienziato e la Donna Ideale si adoprano nella riproduzione di eventi con straordinario verismo di cause. Parallelamente l’intrigo tra i tre personaggi ed una eventuale verità sul loro passato si verrà via via affacciando conchiudendo con una morte al limite del magico. Tutto ritorna dal buio da cui è uscito. C’è un aspetto delle cose che è immediatamente visibile ed un altro che se ne resta più nascosto e in uno spettacolo teatrale che si rispetti la miscela tra questi due elementi in dosi e in qualità equilibratamente perfette è fondamentale. Ecco una descrizione di ciò che viene comunemente chiamata l’’apparenza’ della cose poiché in passato tanto elogiamo l’invisibile e tutto ciò che perviene alle intenzioni proprie degli artisti traendo da così specialistico argomentare solo ed esclusivamente il rimprovero di rendere ancor più incomprensibile ciò che nella sua ‘Apparenza’ sembrava già di per sé oscuro. Una riflessione di Pietro Babina e Fiorenza Menni  sul sottile confine tra arte e scienza, verità e magia.



Foto n.1 di Enrico Fedrigoli. Tutti i diritti sono riservati.


L’idealista Magico: la poetica.
C’è un aspetto delle cose che è immediatamente visibile ed un altro che se ne resta più nascosto e in uno spettacolo teatrale la miscela tra questi due elementi in dosi e in qualità equilibratamente perfette è FONDAMENTALE. Ora qui di seguito ecco un tentativo di descrivere di ciò che viene comunemente chiamata l’ ‘Apparenza’ della cose poiché in passato tanto mi sperticai nell’elogio dell’invisibile e di tutto ciò che perviene alle intenzioni proprie degli artisti traendo da così specialistico argomentare solo ed esclusivamente il rimprovero di rendere ancor più incomprensibile ciò che nella sua ‘Apparenza’ sembrava già di per sé oscuro. Dovunque siano i nessi dovunque si nascondano le vie certo è che a noi non si manifestano altro che in forma di misteri a cui è impossibile opporsi – che è impossibile non percorrerli quali essi sono – misteriosi e padroni del nostro agire. Ma non è che qui io voglia riproporre tesi di inconsapevolezze ormai fin troppo consapevoli di esserlo o giustificanti teorie dell’ anti-teoria – siamo venuti qui alla rincorsa del nostro anacronismo del nostro romanticismo pateticamente cullati dall’ illusione di afferrare il sublime – questa è una rincorsa sfrenata che conduce verso baratri filosofici che neanche i più profondi cunicoli dell’ansia sono riusciti sin qui a svolgere – e mentre si cammina in compagnie illustri che da ogni loculo spuntano a chiedere come vada – a raccontarci di sé come in un viaggio dantesco – ecco che nel voltarsi indietro ancora una volta ci si accorge di aver smarrito la strada ma che importa questo – non è mai stato che si sia trovato ciò che si cercava e non che questo sia un demerito per nessuno – ed è così che distratti in adorazione di un fiore poi si è entrati nel sentiero a noi sconosciuto ed in questo non metodo sta amleticamente il metodo e allora che si scenda là dove il nostro anacronismo ci chiama con sempre maggior forza e qui nasce un nuovo immaginario ed è come navigare nel vecchio – forse che Alexander perso tra il vecchiume dell’antiquariato non vedeva esseri fantastici che non avevano niente a che fare con la sua contemporaneità carnale? ma quali immagini psicoanalitiche – la psiche la si comincia ad analizzare allor quando la paura comincia a farci dubitare della validità di ciò che percepiamo – ma viaggiare completamente liberi nel mondo della fantasia è un’ aspirazione folle da folli ed è giusto allora che solo i folli la frequentino ininseguibili – le cose sono due o hai un grande genio o hai una grande pazzia ma non si può andare con metodi mediani in questi territori. Nel sublime vi è un alto e un basso? E’ possibile dire cosa sia sublime? L’idea del sublime può corrispondere all’io? L’io può essere un’ unità di misura? E’ giusto misurare le cose ? E’ giusto farsi domande e soprattutto è giusto dare delle risposte? Io prediligo il processo illusorio poiché è solo da esso che si può trarre materia vitale ed è solo l’ illusione che può promuovere il tanto illusorio concetto di nuovo – ne consegue: tutto è nuovo – tutto ciò che noi ci si vuole illudere di veder nuovo – così il modernissimo e pur antichissimo dio io riappare nello specchio con i suoi occhietti luccicanti o meglio scintillanti in quel bagliore che dura un attimo e poi scompare così come a voler sottolineare la vanità del tutto poiché è inconfutabile che qualsiasi strategia logica privata della fede conduce inevitabilmente là dove la vanità è distesa su tutto ed è incredibile credere che qualcuno ci creda – si faccia promotore di un tale nulla – ed allora correre cercare là dove il credere là dove il tempo dell’ illudersi è stato interrotto per seguire qualcosa che appariva dar migliori frutti – là dove la parola ‘illusione’ è schiacciata dalla parola ‘virtuale’. Oddio che baratro incolmabile! sì è vero ch’io sempre mi sono slanciato in elogi al vuoto ma tra un vuoto sublime ed un vuoto vuoto bisogna pur sempre ammettere che c’è una differenza se non altro illusoria. Ma non è per fare bei discorsi che mi pago bensì per indagare sul fatto che io son già esistito da qualche parte – non cerco linguaggi forti non cerco idee nuove non inseguo mete future – vagolo annusando come un cane metto insieme i reperti che trovo – li rimescolo tra loro nella speranza di ricostruire quell’immagine che è io – e ci si riguarda in quell’onda magica che è lo specchio per ricordarsi l’oggetto che si sta cercando ed allora ogni indagine che minimamente mi dà il sospetto che possa nascondere altri pezzi altre informazioni io bisogna che la segua sino al capo estremo del suo essere – indagare immersi nell’ illusione nel tentativo egoistico di affascinare il resto del mondo alle tue illusioni – e così posso anche meravigliarmi delle illusorie manifestazioni di un’ energia che pare mostrarmi come un aleph uno scorcio di assoluto ed è così che si mostra a me l’ elettrico come quella cosa che sta intorno e dentro – che è e non è – che non ha un luogo e li ha tutti – che è me e non è me – incomprensibile anche se qualcosa che ormai non è più nulla crede di spiegarla – l’esterno è un interno elevato allo stato di mistero – io anelo talmente tanto a poter guardare le cose senza spiegarmele tanto da farmene motivo di spettacolo. In certi scritti di altri tempi pulsa un cuore misterioso che indica il punto di contatto col mondo invisibile, il divenire in vita. Se non sono capace di rendere percettibili i pensieri indirettamente (e fortuitamente) faccio viceversa: rendo le cose esteriori percettibili direttamente (e involontariamente) – la qual cosa è come, non potendo fare dei pensieri cose esteriori, ridurre le cose esteriori a pensieri. Se non posso fare di un pensiero l’anima indipendente, staccantesi da me e a me stesso diventata estranea, cioè esteriore, ricorro al procedimento inverso con le cose esteriori e le tramuto in pensieri. Queste operazioni sono tutte e due idealistiche. Se le tengo in pugno entrambe perfettamente sono l’ idealista magico. [Pietro Babina]


SERATA ELETTROSTATICA. La messa in scena.
Il lavoro è una ricostruzione di una serata elettrostatica che si svolge nella seconda metà del 1800.
Tutti i particolari sono stati ricostruiti meticolosamente in maniera che tutto, dalle macchine ai costumi e agli oggetti che servono per le esperienze, possa essere credibile anche se osservato da una distanza ravvicinata. Tutte le macchine elettrostatiche, le scenografie, i costumi sono stati progettati e ricostruiti con criteri e materiali usati nell’Ottocento. Questa filologia è a favore di un approfondimento filosofico per l’individuazione del momento in cui gli uomini di scienza hanno sentito la necessità di sostituire l’oggettivazione al mistero. E’ la nostra una ricerca del tecnologico trattata con intelletto ottocentesco dove il virtuale è chiamato ‘illusorio’, dove gli uomini non vantano la loro natura di ‘cyborg’ ma anelano al soddisfacimento dell’io ideale del loro creatore.

La scenografia è composta da una gabbia di Faraday all’interno della quale si svolgono tutte le esperienze. Sempre dentro la gabbia di Faraday potrete vedere una poltrona, degli sgabelli isolanti,vari candelabri (tutte la luci dello spettacolo sono candele), uno specchio, un vecchio armonium funzionante che verrà suonato durante lo spettacolo e una riproduzione di una machines influences double rotation di Wimshurst, con la quale si potranno presentare tutte le esperienze elettrostatiche.

Una voce narrante percorrerà la storia della scienza dell’elettricità partendo dagli esperimenti che Ghilbert fece nel XVI sec., raccontando le varie esperienze che Dufay e l’abate Nollet fecero nel XVIII per arrivare fino a Franklin, Galvani e Volta. Durante questo racconto la macchina caricherà elettrostaticamente diversi corpi proponendo diverse esperienze come:la touffe à papier,le tourniquet, le tableau à eclairs, lo spegnimento di una candela tramite vento elettrico che parte dal dito di un attore elettrizzato e la scintilla tra due corpi umani elettrizzati.



Regia Pietro Babina
Ideazione e Drammaturgia Fiorenza Menni e Pietro Babina

Con Marco Grassivaro, Andrea Mochi Sismondi, Laura Pizzirani

Produzione: Teatrino Clandestino
con il sostegno di Comune di Bologna Settore Cultura, ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione, Residenza Creativa Teatro Comunale A.Testoni Casalecchio