La leggenda del grande Inquisitore

da Fratelli Karamazov di F. Dostoevskij

regia di Pietro Babina

con Umberto Orsini
e Leonardo Capuano



NOTE DI REGIA.
Mi porto appresso da sempre alcune ossessioni ed alcune metodologie compositive figlie di queste.
La principale ossessione è il limite tra la natura spettrale della rappresentazione teatrale e la sua concretezza. Il teatro è una macchina magica molto particolare ed io credo che se lo spettatore, nel corso della visione, non ha, anche solo per un istante, l’impressione di essersi perduto all’interno di un sogno, di una visione nata al suo interno, in certo qual modo, lo spettacolo non è.

Anche in questa occasione, come sempre, si è posto il problema del perché lavorare su questo testo, si è posta la domanda se farlo avesse in fondo una necessità. Per la mia esperienza, questa necessità non risiede nell’oggetto, ma in colui che pone la domanda, è dunque in se stessi che bisogna affondare la il coltello di questa domanda e cosi è stato fatto. Credo che uno spettacolo non debba essere un tentativo di risposta, piuttosto il tentativo di condividere una domanda.  Questo  lavoro  si  porta  dentro  questa  tensione. Non si è dunque trattato di attualizzare attraverso la messa in scena un testo che viene da un’altra epoca, né si è dato per scontato che le sue parole siano ancora valide, pronunciabili. Ma si è partiti dal presupposto che lo spettacolo stesso interrogasse il testo, lo mettesse alla prova, al confronto con un “essere” mutato, trasformato. Da questo, nasce l’idea di un lvan (che altro non è che un personaggio e quindi per sua natura inattuale), che si interroga, fa i conti con i suoi contenuti e compie questa sua auto-interrogazione sul punto limite tra vita e morte, tra morte e resurrezione, che non sono la morte e la resurrezione di un uomo ma quelle di un personaggio e del suo racconto. Un emblema dunque. Altro tema fondamentale altra ossessione, è il rapporto tra contenuto e contenitore. Anche questo è un tema spettrale che ha a che fare strettamente con la nostra essenza nel contemporaneo. 
La nostra vita attuale è strutturata per contenitori, ovvero ambiti specifici per comportamenti altrettanto specifici, in un certo qual senso abbiamo un vero e proprio palinsesto esistenziale che scandisce il nostro quotidiano, entriamo ed usciamo da questi ambiti mutando completamente atteggiamento ed anche la realtà che ci viene rappresentata segue questo sistema di palinsesti, anzi ne è l’ispiratrice.

Questo stile di vita ha sicuramente molti vantaggi, ma ha lo svantaggio di non permettere all’inusuale di produrre i suoi effetti vitali. Nel costruire gli spettacoli sono quindi follemente attratto dalla tentazione di scambiare le carte, di associare contenuti a contenitori non congrui. Questo, produce un effetto propulsivo rispetto ai contenuti, da un lato, decontestualizzandoli li rende più evidenti, meno mimetici e da un altro ne amplifica le valenze, le rivede le ridiscute. Questa “tecnica” ha anche il pregio di aprire più livelli narrativi, iquali concorrono all’amplificazione dei significati, non solo del testo stesso, ma della messa in scena, la quale  può  cosl  sviluppare  un  suo  linguaggio  un  suo  racconto. Per questo, iluoghi del nostro Grande Inquisitore non sono quelli che ci si attende debbano esser, non, appunto, per un desiderio di attualizzazione, che tale non è, ma per stagliare e distillarne, attraverso una serie di stratificazione, i contenuti. Ilforte scarto di ambientazione, scelto per il monologo del Grande Inquisitore, ha origine proprio in queste premesse. La natura dei due linguaggi, quello del contenuto e quello del contenitore, in apparenza confliggono, ma il conflitto che ne scaturisce è esattamente il conflitto su cui si fonda il testo. Lo spettacolo si chiude dunque con una verifica, il cui esito è condiviso con il pubblico, cercando un cortocircuito in cui le parole del Grande Inquisitore non ci rivelano il segreto del Potere (che conosciamo ormai a memoria) quanto il fatto, che non astante la coscienza di questo segreto, nulla sia mutato. Perché? Usare un contenitore iper democratico come quello delle TED conferences, per esporre la teoria del Grande Inquisitore, cerca l’effetto di mostrare, ironicamente, lo spettro nascosto della nostra contemporaneità.


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COMPAGNIA ORSINI | La Leggenda del Grande Inquisitore